Mentre si discute se un romanzo «sospettato» di essere scritto con l'IA debba essere escluso da un premio, c'è un dato che in Italia è passato quasi inosservato: tre editori su quattro usano già l'intelligenza artificiale. Lo dice l'Associazione Italiana Editori, non un'azienda che vende IA. E allora la domanda viene da sé: perché si processa l'autore e non chi pubblica il suo libro?
Cosa dicono i numeri
La ricerca è stata presentata dall'AIE a dicembre 2025 a Più libri più liberi, la fiera della piccola e media editoria di Roma. Ha coinvolto 97 editori, per un totale di 184 marchi, ed è la prima indagine sistematica sull'uso dell'IA nelle case editrici italiane.
Il 75,3% degli editori usa strumenti di IA. Più la casa editrice è grande, più la usa:
| Fatturato annuo | Usano l'IA |
|---|---|
| oltre 5 milioni di euro | 96,2% |
| da 1 a 5 milioni | 75% |
| da 500 mila a 1 milione | 66,7% |
| da 100 a 500 mila | 63,6% |
| sotto i 100 mila | 62,5% |
Fra i grandi editori, in pratica, la usano tutti.
Per fare cosa
Questa è la parte interessante. Fra gli editori che usano l'IA:
- il 67,1% la usa per i materiali dell'ufficio stampa e della comunicazione;
- il 67,1% per i paratesti e i metadati: quarte di copertina, schede del libro, descrizioni per i negozi online;
- il 50,7% per copertine e illustrazioni;
- il 49,3% per editing, revisione delle bozze e traduzioni.
Fermiamoci un attimo su questo elenco. La quarta di copertina che ti convince a comprare un libro, la copertina che te lo fa notare sullo scaffale, la traduzione che leggi, la correzione delle bozze: per un editore su due, o più, c'è già passata l'IA.
Andrea Angiolini, delegato AIE all'innovazione, ha spiegato che gli strumenti si usano soprattutto «dietro le quinte» e sotto supervisione umana. Ed è giusto così. Ma è esattamente quello che fa un autore che scrive con l'IA: decide la storia, sceglie, corregge, riscrive, tiene quello che gli piace e butta il resto. Supervisione umana.
E gli autori?
Anche fra gli autori l'uso è diffuso. Un'indagine di SIAE, Civita e SWG su oltre 4.770 autori iscritti alla SIAE, presentata a dicembre 2024, dice che circa la metà usa correntemente strumenti di IA. Uno su tre ha provato direttamente l'IA generativa, e chi la usa per i testi lo fa soprattutto per trovare spunti o rifinire testi già scritti.
Eppure, nella stessa indagine, solo il 15% pensa che l'IA avrà un'influenza positiva sul mondo dei libri. La usano, ma la guardano con sospetto. E nel clima di oggi è difficile che chi la usa lo racconti volentieri.
Due pesi, due misure
Quando un editore usa l'IA per scrivere la quarta di copertina o rivedere una traduzione, nessuno se ne scandalizza: è organizzazione del lavoro. Quando la usa un autore, diventa un caso. Il romanzo di Thélyson Orélien è stato escluso dalla selezione del Goncourt dopo un'accusa nata dal verdetto di un software, e di software che sbagliano spesso: lo ha ammesso perfino l'amministratore delegato di Kobo, che i rilevatori li ha provati e ha deciso di non fidarsene.
C'è un altro numero della ricerca AIE che vale la pena ricordare: il 27,7% degli editori di libri è stato contattato dalle aziende che sviluppano i grandi modelli linguistici per concedere in licenza i propri contenuti. Di questi, solo il 3,7% ha firmato, il 37% ha detto di no, il 59,3% ci sta pensando. Il mercato, insomma, si muove: gli editori trattano con le aziende dell'IA, la usano ogni giorno, la mettono sulle copertine. Va benissimo. Ma allora non ha senso che l'unico a dover rendere conto dello strumento sia chi scrive.
Non è un'accusa agli editori
Sia chiaro: gli editori fanno bene. Usare uno strumento che fa risparmiare tempo sulle schede, sui comunicati, sulle bozze significa avere più tempo per i libri. È la stessa ragione per cui un autore usa l'IA: per arrivare in fondo a una storia che altrimenti resterebbe in un cassetto.
Il punto è un altro. Se tre editori su quattro e metà degli autori usano già l'IA, la domanda «è stato usato uno strumento?» ha già una risposta, quasi sempre sì. Le domande che contano sono quelle di sempre:
- il libro è buono?
- è onesto con chi lo legge, cioè dichiara quello che va dichiarato (qui cosa chiede Amazon e cosa chiede l'Europa)?
- c'è dietro qualcuno che ha deciso cosa raccontare e come?
Non vuol dire che lo strumento sia neutro: chi lo progetta fa delle scelte, e su questo ha ragione perfino un'enciclica, come abbiamo scritto leggendo Magnifica Humanitas. Ma del libro risponde chi lo firma.
Sono le stesse domande che ci facciamo da secoli, con la penna, con la macchina da scrivere, con Word. Applicarle a tutti, editori e autori, è l'unico modo per uscire dalla caccia alle streghe senza fingere che lo strumento non esista.
Per approfondire
- Libri scritti con l'IA: la caccia alle streghe danneggia i lettori
- Scrivere libri con l'IA è barare? Cinque obiezioni, cinque risposte
- KDP: due titoli nuovi a settimana
Fonti
- Tre editori su quattro dichiarano di utilizzare strumenti di IA: la ricerca AIE presentata a Più libri (Giornale della Libreria)
- Tre editori italiani di libri su quattro utilizzano l'IA (ANSA)
- Presentato il Rapporto Civita con la survey sul rapporto tra autori SIAE e AI (SIAE)
- Kobo rejects 45 percent of self-published books (The Next Web)